Circolo Nuova Sardegna di Peschiera Borromeo

PRESENTAZIONE del libro di ELIANO CAU “PER LE MUTE VIE”

 
Peschiera Borromeo 16/11/2008.

Relazione del Prof. Tonino SATTA.

La Sardegna della regione storica del Barigadu, tra Neoneli e Oristano, vista nell'arco temporale che va dal 1965 al 1968, con la mutazione antropologica di costumi, di mentalità, di scelte valoriali, è lo sfondo storico del romanzo.
Da pochi anni, si può dire, è finito il feudalesimo, in seguito alla riforma agraria fortemente voluta
da Antonio Segni nel 1950, la quale, pur con numerosi limiti, aveva avuto il merito di.
”attaccare la grande proprietà fondiaria assenteistica, attorno alla quale si erano sempre barricati il conservatorismo e l'immobilismo meridionali " ( Rossi- Doria, cita in P. Ginsborg, Storia d'Italia dal dopoguerra ad oggi, Einaudi 1989, p 105 ).
Il romanzo può utilmente essere letto come un documento, una testimonianza di una Bildung, un percorso di formazione ‘sui generis’, a partire dall'impatto che il cosiddetto Boom economico ha avuto sulle strutture arcaiche della società del centro dell'Isola. Tramontano le certezze comunitarie, in particolare quelle relative al "Codice Barbaricino", insieme di norme non scritte derivanti dalla sintesi tra elementi propri della cultura nuragica (per es. la proprietà collettiva della terra) ed istituti normativi di origine romano-bizantina.
Lo spirito barbaricino sembra incarnarsi in queste norme, vissute dagli abitanti del luogo come l'essenza di quella che è chiamata 'balentìa', ovvero “ l'apoteosi della nobiltà d'animo unita alla fermezza del carattere. A livello ideale il balente è l'incarnazione della perfezione virile, (...) espressa da colui che allo stesso tempo sa, sa fare, e quindi fa; le tre cose prese distintamente generano l'incapace, l'indeciso e l'avventato, tutte antitesi del vero balente, che resta persona abile soprattutto nel discernere il momento opportuno per piegare gli eventi al suo volere" ( M. Murgia, Viaggio in Sardegna, Einaudi 2008, alla pag. 11).
"Su balente è l'uomo che vale, che sa farsi valere e vale, anche se la fortuna non gli arride, anche se la sua balentìa non risulterà all'atto pratico coronata da un adeguato successo. L'importante non è vivere o morire, ma vivere e morire da uomo. (...) Sa balentia è la virtù che consente all'uomo barbaricino, al pastore barbaricino, di resistere alla propria condizione, di restare uomo, soggetto, in un mondo implacabile e senza speranza nel quale esistere è resistere; resistere a un destino sempre avverso nell'unico modo in cui ciò può essere fatto salvando se non altro la propria dignità umana". (A. Pigliaru)
Nel romanzo che stiamo esaminando "il trapasso della società italiana da un'economia prevalentemente agricola a un'economia industriale e terziaria è vissuto come ‘la fine di un mondo’, come azzeramento, catastrofe, lutto" (A. Berardinelli, Le angosce dello sviluppo. Scrittori italiani e modernizzazione, in Saggi Critici, Quodlibet, Macerata, 2007, alla pag. 245 ). Questa caratterizzazione, riferita dal critico ad Autori come Volponi, Zanzotto, Paso1ini, Parise, può aiutarci a comprendere meglio il testo di Cau, nel quale ricorre, sul tema, una fitta trama di notazioni, distanziate tra loro, ma richiamatesi l'una con l'altra (diamo solo alcuni esempi):
"I campi di grano divengono sempre più radi, e quelli di lino un ricordo. Dai mercati d'America, di Russia, d'Argentina, valanghe di frumento seppelliscono i paesi un tempo cerealicoli e tolgono loro il respiro. La gente continua ad andare via" (Cau, op cito p. 63);
"Sono fuggiti nel giro di pochi anni almeno duecento ragazzi. (…) Il paese è un moribondo che alita appena. Le sue campagne e le sue vie respirano la tristezza della settimana santa." (id. p. 64);
"Fosse accaduto solo a Neoneli! Perché sento e so che questo accade ovunque, nell'Isola e in Italia.
Un mondo di fiaba chiude la mia adolescenza " ( id. p. 65 ).
"Per dare una giornata di lavoro, le stradine del paese sono prima scuoiate dell’impietrato, poi messe a lutto dall'asfalto. Che pena! Potessi disarmare gli operai ignari lo farei" (p. 32 )
" A volte capitano nel nostro piccolo villaggio audaci centauri con disadorne lambrette o pretenziose Dingo quattro marce" (p. 47)
"Anche a Neoneli la modernità procede a braccetto col passato" ( p. 31)
Ma si tratta di una temporanea convivenza, il cui risultato non può essere che il definitivo tramonto della civiltà pastorale e contadina. Scriverà, un decennio più tardi, Pasolini: “ fino a pochi anni fa questo era il mondo preborghese, il mondo della classe dominata. Era solo per mere ragioni nazionali, o meglio statali, che esso faceva parte del territorio dell'Italietta. (...) L'universo contadino (...) è un universo transnazionale che addirittura non riconosce le nazioni. Esso è l'avanzo di una civiltà precedente (o di un cumulo di civiltà precedenti tutte molto analoghe tra loro) … Gli uomini di questo universo vivevano 'l’età del pane'. Erano cioè consumatori di beni estremamente necessari. Ed era questo, forse, che rendeva estremamente necessaria la loro povera e precaria vita. Mentre è chiaro che i beni superflui rendono superflua la vita". (in Scritti Corsari, Meridiani Mondadori 1999, p.320/321). Nel testo di Cau, il giovane protagonista, Emilio (il cui nome, forse non a caso, richiama il titolo di un'opera di Rousseau sull'educazione) compie una serie di passaggi, varca una serie di soglie esperienziali che costituiscono altrettante fasi necessarie per poter arrivare a pensarsi "adulto”.
Nei suoi ritorni periodici al paese d'origine, Neoneli, da cui si stacca per seguire, ad Oristano, gli studi liceali, Emilio si serve di pochi ma efficaci strumenti l'attenzione al mondo che, lo circonda ( il mondo agro-pastorale arcaico, la cui compattezza e atemporalità hanno cominciato a disgregarsi), la passione per la lettura ( soprattutto i grandi romanzi classici dell'Ottocento, tra cui spiccano ‘I Miserabili’ di VictorHugo), i primi tentativi di scrittura su ‘quattro quaderni dalla copertina nera’, l'interesse per le donne, i primi turbamenti erotici dell'adolescenza.
Romanzo di formazione, si diceva, che rifletté in modo problematico l'inizio del crollo di una società in cui l'essere giovani era solo un puro dato biologico, il ‘non essere ancora adulti’, ora l'apprendistato al divenire adulto" non è più il lento e prevedibile cammino verso il lavoro del padre, ma incerta esplorazione dello spazio sociale... Esplorazione necessaria: perché i nuovi squilibri e le nuove leggi del mondo capitalistiço rendono aleatoria la continuità tra le generazioni, e impongono una mobilità prima sconosciuta. Esplorazione desiderata, perché quello stesso processo genera speranze insospettate, e alimenta così un'interiorità non solo più ampia del passato, ma soprattutto (...) perennemente insoddisfatta e irrequieta) (Moretti F., Il romanzo di formazione, GarzantÌ 1986, - alla pag.11);
Emilio, dunque, studia, e intanto cerca di mettere in pratica gli insegnamenti dei suoi 'maestri' : il cugino Antonio, mandriano di 23 anni, e Giovanni 'Margiane' (ossia Volpe), detto Jean Marjan in omaggio a Victor Hugo. Jean è più avanti negli anni, è un emigrante rientrato dopo una vita di lotte, di vittorie e di sconfitte: “, Dodici anni lontano da casa gli erano sembrati un'eternità. Non resistette più: l'antico amore per la libertà e l'aria dei suoi monti lo fecero tornare. Diverso però: più vecchio, disilluso (...) e meno sano di quando era partito. La prima cosa che si era notata in lui era una tosse insistente, una difficoltà a respirare, il desiderio distare sempre all'aperto per inghiottirsela tutta lui, l'aria" (P: 18). Dopo anni di lavoro in miniera, in Belgio, Jean era vissuto per un po di tempo a Marsiglia, dove "era stato scaricatore di porto, panettiere, operaio delle pulizie pubbliche, aveva lavorato in locali vicino al mare" (p.97) e dove aveva realizzato una piccola fortuna.
Anche lui, come Antoni, è un 'balente', senonché "Antoni è quel che Jean era, Jean quel che Antoni spero non diventi mai “ dice il Narratore (p. 1 05). I due sono affratellati da un'amicizia virile (p.19). Ma Jean porta nelle carni una ferita, una piaga, una "lesione orrenda e imprecisa” (Henry James), esito di una vendetta subita, che, a sua volta lo spinse a vendicarsi con fredda determinazione. Da allora però, qualcosa è mutato in lui, inducendolo a sviluppare un abito riflessivo, così da fargli prendere le distanze rispetto alla tradizione, che esige che nessun torto resti impunito.
di Rousseau sull'educazione) compie una serie di passaggi, varca una serie di soglie esperienziali che costituiscono altrettante fasi necessarie per poter arrivare a pensarsi "adulto)”.
Nei suoi ritorni periodici al paese d'origine, Neoneli, da cui si stacca per seguire, ad Oristano, gli studi liceali, Emilio si serve di pochi., ma efficaci strumenti :l'attenzione al mondo che, lo circonda ( il mondoagro-pastorale arcaico, la cui compattezza e atemporalità hanno cominciato a
disgregarsi), la passione per la1ettura ( soprattutto i grandi romanzi classici dell'Ottocento ,tra cui spiccano' I Miserabili' di VictorHugo), i primi tentativi di scrittura su 'quattro quaderni dalla copertina nera', l'interesse per la donne, i primi turbamenti erotici dell'adolescenza.
Romanzo di formazione" si diceva, che riflette in modo problematico l'inizio del crollo di una società in cui l'essere giovani era solo un puro dato biologico, il “non essere ancora adulti”: ora l'apprendistato al divenire adulto" non è più il lento e prevedibile cammino verso il lavoro del padre, ma incerta esplorazione dello spazio sociale... Esplorazione necessaria: perché i nuovi
squilibri e le nuove leggi del mondo capitalistiço rendono aleatoria la continuità tra le generazioni, e impongono una mobilità prima sconosciuta. Esplorazione desiderata, perché quello stesso processo genera speranze insospettate, e alimenta così un'interiorità non solo più
ampia del passato, ma soprattutto (...) perennemente insoddisfatta e irrequieta) (Moretti, F., Il romanzo di formazione, GarzantÌ 1986, - alla pag.11);
Emilio, dunque, studia, e intanto cerca di mettere in pratica gli insegnamenti dei suoi 'maestri' : il cugino Antonio, mandriano di 23 anni, e Giovanni 'Margiane' (ossia Volpe), detto Jean MarJan in omaggio a Victor Hugo. Jean è più avanti negli anni, è un emigrante rientrato dopo una vita di lotte, di vittorie e di sconfitte: “, Dodici anni lontano da casa gli erano sembrati un'eternità. Non resistette più: l'antico amore per la libertà e l'aria dei suoi monti lo fecero tornare. Diverso però: più vecchio, disilluso (...) e meno sano di quando era partito. La prima cosa che si era notata in lui era una tosse insistente, una difficoltà a respirare, il desiderio distare sempre all'aperto per inghiottirsela tutta lui, l'aria" (P: 18). Dopo anni di lavoro in miniera, in Belgio, Jean 'era vissuto per un po' di tempo a Marsiglia, dove "era stato scaricatore di porto, panettiere, operaio delle pulizie pubbliche, aveva lavorato in locali vicino al mare" (p.97) e dove aveva realizzato una piccola fortuna.
Anche lui, come Antoni, è un 'balente', senonché "Antoni è quel che Jean era, Jean quel che Antoni spero non diventi mai “ dice il Narratore (p. 1 05). I due sono affratellati da un'amicizia virile (p.19). Ma Jean porta nelle carni una ferita, una piaga, una "lesione orrenda e imprecisa” (Henry James), esito di una vendetta subita, che, a sua volta lo spinse a vendicarsi con fredda determinazione. Da allora però, qualcosa è mutato in lui, inducendolo a sviluppare un abito riflessivo, così da fargli prendere le distanze rispetto alla tradizione, che esige che nessun torto resti impunito. Quando, alla vigilia del Natale 1965, Antoni viene ingannato e subisce un furto di bestiame, la scoperta dei colpevoli costringe l'amico di Jean a scegliere. Vendicarsi o perdonare?
Jean tenta di dissuadere l'amico dal passare alle vie di fatto: "No,ti sto dicendo! Quanti delitti, quante vedove e quanti orfani per dar soddisfazione alla parte peggiore di noi! Io non sono studiato; e libri ne ho letti pochi, ma la vita la conosco. (...) Una fine bisogna pur metterla alle cose, se no la ferita non si chiude più. Noi siamo animali, ma animali con la testa, non bestie. Se in noi vince la bestia, l'istinto, ci sperdiamo l'uno con l'altro; se prevale la ragione siamo uomini. "(p. 28)
Ora, nel momento in cui Jean , a Marsiglia, è caduto nella rete del male, entrando nello spazio geometrico della violenza e della vendetta, è come se la sua anima avesse perso per sempre la sua verginità. "Non è necessario aver detto coscientemente di sì al male per diventarne schiavi. "( S. . Weil, Lettera a Jean Bousquet, in "Attesa di Dio", Borla, 1974 p.15.1) E questo perché, come osserva Jea Marjan nel testo che stiamo esaminando, " la vita il male lo distribuisce a tutti...ma alla fine ognuno mastica il suo. Di male già ce n'è, è di bene che non sì trova. ( p.152)
E ancora, nelle Parole di Jean : " il dolore umano nasce dal gran desiderio che proviamo e galla nostra impossibilità a soddisfarlo. Hai presente un arco che non puoi stringere perché hai le mani mozzate? Se sei conciato così, (...) l'arco non ti serve a niente. Così sono io” (p 160).
La sventura che va oltre la semplice sofferenza è uno stato Violento, un disordine quasi biologico: essa ha toccato Jean non Solo a livello psichico e fisico – egli infatti soffre " come una capra male scannata" (p.165) - ma anche e soprattutto a livello sociale: chi ha colpito Jean ne ha colpito la parte più vulnerabile, su cui si regge il riconoscimento del valore della persona. Marchiato come uno schiavo dal ferro rovente del disprezzo e del disgusto di se stesso, Jean riesce tuttavia a "resistere alla vertigine della vendetta" (p. 177). "
Qual è allora l'esigenza che muove l'intero romanzo? Si potrebbe dire che è la consapevolezza, propria dell'Autore, di poter arrivare ad oggettivare in una sintesi emotivamente coinvolgente i violenti, contrasti della vita attraverso una compiuta narrazione, che mantiene fino alla fine la sua tensione di "ricerca" perturbata e commossa. Il personaggio di Jean, reso sterile dall'esperienza del male, si rivela alla fine il testimone di quel mondo contadino sconfitto e gettato ai margini dalla storia: " Infatti non è un cambiamento di epoca che noi viviamo,ma una tragedia. Ciò che ci sconvolge non è la difficoltà di adattarsi ad un nuovo, tempo, ma è un immedicabile dolore simile a quello che dovevano provare le madri vedendo partire i loro figli emigranti e sapendo che non li avrebbero visti mai più. La realtà lancia su di noi uno sguardo di vittoria, intollerabile: il verdetto è che ciò che si è amato ci è tolto per sempre"( P. P.Pasolini, recensione a 'Un pò di febbre' di Sandro Penna, 1973, ora in “ politica e società - Saggi Meridiani Mondadori ).